Stagione Teatrale

HOLOCAUST Stanza 11 - Sabato 1 Febbraio 2020

HOLOCAUST - Stanza 11

HOLOCAUST – Stanza 11

Psicodramma inedito in un atto  sull'olocausto.

Testi: Oriana Billeci e Chiara Giacopelli
Coreografie: ManuelaTarantino 

Scenografie: Stefano Billeci

Luci: Mimmo La Malfa

Regia: Oriana Billeci

Assistente alla regiaGiuliana Crociata

Interpreti: Andrea Buffa (il Nazista), Oriana Billeci (la Madre), Matilde Spinnato (la Scrittrice), Maria Elisabetta Trupiano (la Deportata), Enrica Zagarella (l’Anonima), Salvo Lupo (l’Ufficiale), Chiara Giacopelli (la Cantante)

Sabato 1 Febbraio 2020 – ore 20:30

Produzione Associazione culturale Mecenatia con la collaborazione della scuola di danza Oikoscoreia


 Holocaust – stanza 11”, è una pièce di teatro particolare, non solo sulla tragedia del popolo ebreo ma anche sullo sterminio di  altre minoranze. Nel ricordo e per la “Giornata della Memoria”, a metà tra lo storico e il metafisico, “Holocaust”, di Chiara Giacopelli e Oriana Billeci, si presenta come una dissonante giostra di tormentate coscienze. Lo spettacolo presenta in chiave simbolica e suggestiva la drammatica storia dell’olocausto dall’avvento del Nazismo, all’imposizione delle leggi razziali fino alla deportazione nei campi di concentramento. 

Una stazione, una stazione qualunque, attraversata per una crudele casualità, da sette vite umane sospese alla soglia di una condanna senza processo: un abbandono di sogni. Il bagaglio è pesante: ciascuno stringe forte il suo, con la sua identità violata, i suoi sacri affetti. Una cupola di gelida follia sovrasta un pugno di esseri umani che tra loro non si conoscono. La giostra gira, finché il filo spinato non assale anche il suo carillon, soffocando la speranza di una libertà innocente in una camera a gas; la giostra compie il suo ultimo giro: in sette minuti. Chiara Giacopelli

La storia di sette vite umane, ognuna delle quali porta dentro di sé i drammi che la follia del Nazismo sta perpetrando. Ci sono due Nazisti, assai diversi fra loro: uno si fonde totalmente con i dettami di Hitler e con la sua assurda visione del mondo, l’altro è soltanto un esecutore, non perfettamente convinto di ciò che fa e costantemente preda dei propri tormenti interiori.

C’è la figura della madre che dovrà separarsi dal proprio bambino. C’è la scrittrice parzialmente ispirata ad Anna Frank e una ragazza deportata perché accusata di omosessualità.

Oriana BilleciUn personaggio importante, che funge da vera e propria cerniera narrativa, è quello della cantante: attraverso i brani che di volta in volta eseguirà, sottolinierà le fasi dello psico-dramma.

Infine c’è la figura più complessa, quella dell’Anonima, un personaggio folle ormai perso in un mondo tutto suo, intento a giocare con un binocolo o a nascondino, mentre attorno continua a svilupparsi l’atroce destino dei protagonisti.

A fare da cornice alle loro storie è una stazione, di cui si ignora la città, e un arco che rappresenta la galleria attraverso cui passerà il treno, ma che più generalmente simboleggia l’ingresso verso un mondo di orrori.

Lo spettacolo affida molta importanza ai suoi elementi scenici, come il bidone, anch’esso carico di significati metaforici: è il contenitore nel quale vengono gettati vari oggetti nel corso della rappresentazione, ma soprattutto i sogni dei personaggi, destinati ad essere miseramente sepolti.

Il tema del sogno è appunto quello fondamentale di “Holocaust”. Sogni appena accarezzati e subito abbandonati. Quello della scrittrice che dovrà rinunciare alla sua arte, della deportata che dovrà dire addio al suo amore, dello stesso nazista esecutore di ordini, che sognava una vita da eroe militare e che vede invece trasformarsi in spietato carnefice, suo malgrado: per apatia, indifferenza o partecipe colpa: nazismo e olocausto, dunque.

Abbiamo voluto applicare i concetti del teatro dell’assurdo – dice la regista Chiara Giacopelli – e mescolarli con il senso dell’astratto, dell’indefinito. Non c’è, volutamente, una trama che si dipana in maniera limpida e delineata, così come nessun personaggio sovrasta un altro perché tutti sono speciali e tutti devono rinunciare ai propri sogni. “Holocaust” è difficile da etichettare. Penso che il termine di psico-dramma sia il più giusto per definire il nostro spettacolo, per affrontarci al quale abbiamo svolto numerose ricerche storiche, com’era doveroso, ma che non si può definire tuttavia dramma storico perché non ne rispetta rigidamente i canoni. Holocaust – conclude la regista – si spinge più in là, verso un’astrazione emblematica, che suggerisce il senso più profondo della tragedia”.

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